Sanità digitale e Gender Equity: come l’innovazione tecnologica può ridurre le disparità di genere

La trasformazione digitale ha rivoluzionato il settore sanitario, offrendo nuove possibilità per la prevenzione, la diagnosi e la gestione delle patologie. Tuttavia, come ogni cambiamento profondo, porta con sé anche nuove sfide. Tra queste, la disparità di genere rappresenta un problema critico ancora troppo poco discusso.

In particolare, l’adozione e l’accesso alle tecnologie digitali sanitarie da parte delle donne – soprattutto quelle appartenenti a categorie vulnerabili – risulta spesso limitata da barriere sistemiche, culturali e tecnologiche. Uno studio pubblicato sul Journal of Sex and Gender Specific Medicine sottolinea come sia urgente adottare un approccio “gender aware” per garantire che l’innovazione digitale non amplifichi, bensì riduca le diseguaglianze.

In questo contesto, le aziende e i provider di soluzioni di telemedicina e monitoraggio remoto come Biotechmed sono chiamati ad assumere un ruolo attivo nel progettare servizi realmente accessibili, inclusivi e in grado di rispondere ai bisogni di tutte le persone, senza distinzioni.

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Posizionare la gender equity al centro dell’innovazione non è solo una questione etica, ma anche di efficacia: strumenti progettati tenendo conto della diversità di genere garantiscono performance migliori, adesione più elevata e risultati clinici più affidabili. Questo articolo approfondisce il tema, analizzando barriere e soluzioni, con l’obiettivo di contribuire a una visione più equa della sanità digitale, in cui Biotechmed si propone come attore chiave del cambiamento.

L’impatto della sanità digitale sulla disparità di genere

La digitalizzazione della sanità rappresenta una delle più grandi rivoluzioni in ambito medico dell’ultimo decennio. Dalla telemedicina al monitoraggio remoto, passando per l’intelligenza artificiale applicata alla diagnosi, il panorama sanitario è in continua evoluzione. Tuttavia, se da un lato la tecnologia promette di rendere la salute più accessibile e personalizzata, dall’altro rischia di accentuare diseguaglianze già esistenti – in particolare quelle legate al genere.

Secondo una revisione sistematica condotta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nella Regione Europea, esistono evidenti disuguaglianze di genere nell’adozione e nell’utilizzo delle tecnologie sanitarie digitali. Le donne, soprattutto se anziane, appartenenti a minoranze etniche o affette da disabilità, sono meno inclini a utilizzare strumenti digitali rispetto agli uomini. Il motivo? Barriere che spaziano dalla scarsa alfabetizzazione digitale, alla sfiducia verso la tecnologia, fino a ostacoli economici e culturali.

Ma il problema non si limita all’accesso: le tecnologie stesse non sono sempre progettate con una prospettiva di equità. Molti strumenti digitali di uso sanitario riflettono ancora una visione “neutra” che, nella realtà, coincide con lo standard maschile. Questa normalizzazione del punto di vista maschile nei protocolli, nei device e nelle app sanitarie digitali finisce per escludere bisogni, abitudini e comportamenti tipici del genere femminile.

Anche i dati raccolti e utilizzati per addestrare gli algoritmi di intelligenza artificiale sono spesso sbilanciati: dataset poco rappresentativi portano a diagnosi meno accurate per le donne, come nel caso di alcuni sistemi di triage digitale che sottostimano i sintomi femminili dell’infarto.

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È evidente che la sanità digitale, se non progettata consapevolmente, può non solo riflettere ma persino rafforzare pregiudizi e asimmetrie. Ecco perché è fondamentale adottare un approccio “gender responsive”, che non solo riconosca le differenze, ma le consideri un elemento chiave per migliorare l’efficacia delle soluzioni proposte.

L’esperienza maturata nel campo della telemedicina dimostra che è possibile conciliare innovazione tecnologica e accessibilità equa. Con soluzioni user-friendly, assistenza continua e dispositivi validati, l’azienda promuove una sanità digitale che mette davvero al centro la persona, tenendo conto della sua unicità biologica, culturale e sociale – genere incluso.

Progettazione maschile e underrepresentation femminile

Uno degli ostacoli più rilevanti alla piena equità di genere nella sanità digitale è legato alla progettazione degli strumenti tecnologici. Spesso invisibile, questo problema si annida nei dettagli dell’interfaccia, nell’esperienza d’uso, nei contenuti e perfino nelle metriche utilizzate per misurare la salute. La maggior parte delle tecnologie sanitarie, infatti, viene progettata con un bias implicito che privilegia il punto di vista maschile, considerato erroneamente come “standard neutro”.

Un esempio evidente riguarda le app di monitoraggio fitness: molte di queste, pensate inizialmente per un pubblico maschile, non tengono conto delle differenze fisiologiche femminili, come i cicli ormonali o la diversa risposta cardiovascolare all’attività fisica. Le interfacce, gli indumenti compatibili con i wearable e perfino i target motivazionali rispecchiano un modello di performance maschile, spesso poco aderente alla realtà di molte donne. D’altro canto, le applicazioni pensate per il pubblico femminile tendono a enfatizzare aspetti estetici o legati alla perdita di peso, piuttosto che alla salute in senso clinico o al benessere funzionale.

Queste scelte non sono neutre: influenzano l’aderenza ai programmi digitali di prevenzione o cura e possono ridurre l’efficacia degli strumenti sanitari, perché non rispondono realmente alle esigenze dell’utenza femminile. Non si tratta solo di una questione di design, ma di inclusione e rappresentanza fin dalla fase di ideazione e sviluppo.

Il problema si amplifica guardando ai ruoli decisionali: le donne sono ancora fortemente sottorappresentate nei ruoli chiave dell’health tech. Solo il 10% dei CEO nelle aziende di sanità digitale sono donne, e appena il 12,2% delle partnership in fondi di venture capital è guidato da figure femminili. Questo squilibrio si riflette inevitabilmente nei prodotti finali, che rispecchiano la visione di un segmento demografico molto ristretto, spesso non rappresentativo dell’intera popolazione.

Anche nel mondo della ricerca, la disparità è tangibile: le donne hanno il 50% in meno di probabilità di essere prime autrici negli studi scientifici e il 21% in meno di essere invitate come esperte nei dibattiti sulle tecnologie sanitarie. Ciò comporta una grave perdita in termini di know-how, prospettive e soluzioni alternative, che potrebbero rendere i sistemi digitali più inclusivi e realmente efficaci.

L’inclusione femminile nella progettazione della sanità digitale non è solo una questione di giustizia sociale: è un fattore critico di successo. Una maggiore diversità nei team di sviluppo porta a soluzioni più robuste, capaci di adattarsi meglio a contesti reali e a migliorare l’aderenza terapeutica, soprattutto nelle fasce di popolazione oggi sottorappresentate.

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Bias nei dati e algoritmi: un problema invisibile

Con l’avanzata dell’Intelligenza Artificiale nella sanità, i dati sono diventati la nuova “medicina”: essenziali per alimentare algoritmi predittivi, sistemi diagnostici automatici, chatbot clinici e piattaforme di triage digitale. Ma c’è un problema che si sta rivelando sempre più urgente: i dati su cui questi strumenti si basano sono spesso viziati da bias di genere. E se i dati sono distorti, anche le decisioni che ne derivano lo saranno.

Numerosi studi hanno dimostrato come gli algoritmi utilizzati nella sanità digitale tendano a penalizzare le donne, proprio perché costruiti su dataset sbilanciati. Uno dei casi più noti è quello dell’app Babylon Health, che ha erroneamente diagnosticato attacchi di panico in donne con sintomi cardiaci, mentre per uomini con gli stessi sintomi suggeriva un possibile infarto. L’algoritmo era stato addestrato principalmente su dati maschili, portando a una sottovalutazione dei rischi cardiaci nel sesso femminile.

Questo tipo di bias può avere conseguenze gravi, falsando diagnosi, ritardando trattamenti e mettendo a rischio la vita delle pazienti. Il problema non riguarda solo i sintomi, ma anche l’aspetto semantico e visivo: un’analisi recente ha rivelato che quasi il 98% delle storie generate da Large Language Models sugli infermieri utilizzano pronomi femminili, mentre i chirurghi senior sono descritti per lo più al maschile. Anche le immagini AI-based mostrano una sovrarappresentazione di medici bianchi e maschi.

Questi errori non sono casuali. Riflettono una distorsione culturale e sistemica presente nei dati di partenza. E poiché l’intelligenza artificiale non fa che replicare schemi già presenti nel dataset, la mancata rappresentazione femminile porta inevitabilmente a modelli meno efficaci – o addirittura dannosi – per le donne.

Per contrastare questi rischi, è essenziale includere attivamente le donne nei dataset clinici, sia in fase di raccolta che di test. Significa equilibrare i campioni per età, sesso, etnia e condizioni socioeconomiche. Significa adottare protocolli di validazione che verifichino l’accuratezza dei sistemi su popolazioni diversificate. E significa, soprattutto, abbandonare l’illusione dell’universalità degli algoritmi.

Il futuro dell’AI in sanità sarà tanto efficace quanto sono affidabili i dati che la alimentano. E l’affidabilità richiede rappresentatività. Garantire che ogni persona, a prescindere dal genere, sia vista, ascoltata e considerata nei sistemi digitali, è il primo passo per una medicina veramente personalizzata e inclusiva.

Strategie per un’innovazione digitale più equa

Ridurre la disparità di genere nella sanità digitale non è solo auspicabile: è possibile. Ma serve un cambio di paradigma, che parta dal riconoscere che la tecnologia non è neutrale, e che ogni fase dello sviluppo – dalla progettazione alla distribuzione – può essere influenzata da bias di genere. Per questo motivo, è fondamentale adottare strategie strutturate e partecipative che favoriscano un ecosistema digitale realmente inclusivo.

Una prima azione concreta è il coinvolgimento attivo delle donne in tutte le fasi di sviluppo delle soluzioni digitali per la salute. Ciò significa includere donne professioniste, pazienti, caregiver e ricercatrici nei processi di co-creazione. Questo approccio, definito gender-inclusive design, consente di intercettare bisogni spesso trascurati e di realizzare strumenti più efficaci per tutta la popolazione.

Altrettanto cruciale è il riequilibrio nella raccolta dati e nella costruzione dei dataset. I sistemi di intelligenza artificiale dovrebbero essere addestrati su campioni bilanciati in termini di genere, età, etnia e status socioeconomico. Questo implica una revisione metodologica dei protocolli di raccolta, e un controllo di qualità rigoroso sui dati clinici, per garantire equità, accuratezza e sicurezza nei risultati.

Un ulteriore pilastro è rappresentato dalla promozione della leadership femminile nell’healthtech. Le donne devono essere sostenute nell’accesso a ruoli apicali nelle startup, nei board scientifici, nei comitati etici e nelle direzioni sanitarie. Non si tratta solo di riequilibrare i numeri, ma di garantire la presenza di prospettive plurali e sensibili al genere nei processi decisionali. In questo senso, realtà come la Community “Donne Protagoniste in Sanità”, guidata da Monica Calamai, svolgono un ruolo prezioso.

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Anche l’adozione di linee guida gender-sensitive nella valutazione dei dispositivi digitali può fare la differenza. Indicatori come l’usabilità per genere, l’aderenza terapeutica differenziata, o la neutralità del linguaggio possono guidare i team nello sviluppo di prodotti più accessibili e meno discriminanti. Inoltre, è essenziale sensibilizzare i professionisti sanitari sull’esistenza di queste disuguaglianze, attraverso formazione continua e aggiornamento scientifico.

Biotechmed si impegna da anni in questa direzione. I suoi strumenti di telemonitoraggio e diagnostica remota sono progettati per essere accessibili, intuitivi e compatibili con una vasta gamma di profili utenti. 

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Il ruolo di Biotechmed nella sanità inclusiva

In un panorama sanitario sempre più digitale, Biotechmed si distingue come attore proattivo nel promuovere una sanità equa, accessibile e sensibile al genere. L’azienda non si limita a sviluppare soluzioni tecnologiche avanzate: ne guida anche l’evoluzione culturale e metodologica, mettendo al centro la persona e la pluralità delle sue esigenze.

Uno dei punti di forza del nostro approccio è la progettazione user-centric e gender-aware dei propri dispositivi e servizi. Ogni prodotto è pensato per essere realmente fruibile da una vasta gamma di utenti, compresi anziani, donne in condizioni di fragilità, persone con disabilità o con basso livello di alfabetizzazione digitale. Questo si traduce in interfacce intuitive, istruzioni chiare, e strumenti di telemonitoraggio utilizzabili in totale autonomia, anche a domicilio.

Soluzioni come l’App Tholomeus®, ad esempio, rappresentano un esempio virtuoso di medicina digitale personalizzata. Grazie al sistema di tracciamento continuo e alla possibilità di condividere i dati con il proprio medico in tempo reale, ogni paziente può monitorare parametri chiave come pressione arteriosa, frequenza cardiaca, saturazione dell’ossigeno del sangue, glicemia e profili lipidici, contribuendo in modo attivo alla propria salute. Il tutto in un ambiente sicuro, validato scientificamente e conforme alle normative vigenti (come il Regolamento Europeo 2017/745 sui dispositivi medici).

Ma l’impegno del nostro non si ferma alla tecnologia. L’azienda partecipa a progetti di sensibilizzazione e formazione, collaborando con enti pubblici e privati per diffondere una cultura della prevenzione inclusiva. Supporta programmi di screening cardiovascolare nelle comunità vulnerabili, contribuendo a ridurre il digital divide sanitario che penalizza soprattutto le donne anziane o con basso reddito.

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Conclusioni: innovare è includere

La sanità digitale rappresenta una svolta epocale nel modo in cui concepiamo la salute, la prevenzione e la gestione delle patologie. Ma ogni innovazione, per essere davvero tale, deve essere anche inclusiva. Il divario di genere che oggi si registra nell’accesso, nella fruizione e nella progettazione degli strumenti digitali in ambito sanitario è un campanello d’allarme. Un segnale chiaro che ci impone di riflettere sulle scelte tecnologiche e metodologiche che stiamo adottando.

Come abbiamo visto, le diseguaglianze non sono il frutto di intenzioni maligne, ma spesso di omissioni strutturali, di mancanza di dati rappresentativi, di una cultura progettuale che tende a generalizzare partendo da un modello maschile. Ma la buona notizia è che abbiamo oggi tutti gli strumenti per cambiare rotta: dalla co-progettazione partecipata, alla raccolta di dati bilanciati per genere, fino alla leadership femminile nei processi decisionali dell’healthtech.

Perché una tecnologia sia veramente efficace deve essere anche equa. E questo vale ancora di più nella sanità, dove ogni bias può tradursi in una diagnosi mancata, in un ritardo terapeutico o in una perdita di fiducia. L’intelligenza artificiale e la telemedicina non devono diventare nuove barriere, ma ponti verso una cura più personalizzata, democratica e centrata sulla persona.

L’innovazione non è solo una questione di velocità, ma di direzione. E la direzione giusta è quella che guarda alle esigenze delle persone nella loro complessità e diversità. Una sanità che sa ascoltare, adattarsi e includere è anche una sanità più efficace, più sostenibile e – in ultima analisi – più umana.

La sfida è aperta. Sta a noi scegliere se limitarci a inseguire il progresso o guidarlo con responsabilità, costruendo strumenti che non solo curano, ma rispettano e includono.


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